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La Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi in materia di compensi professionali dell’avvocato nell’ambito del procedimento sommario ex artt. 28 L. n. 794/1942 e 702-bis c.p.c., confermando il rigetto del ricorso proposto dal cliente contro la decisione della Corte d’Appello di Catania.

La controversia riguardava il pagamento dei compensi residui maturati per attività difensiva svolta in un giudizio di lavoro conclusosi favorevolmente in appello, con riconoscimento di somme risarcitorie in favore del cliente.

La Suprema Corte ha affrontato diversi profili processuali e sostanziali di particolare interesse pratico.

In primo luogo, è stato chiarito che, nel procedimento sommario di cognizione, l’omessa indicazione dell’avvertimento previsto dall’art. 163, comma 3, n. 7, c.p.c. non determina automaticamente la nullità dell’intero procedimento. La parte che deduce il vizio deve infatti dimostrare il concreto pregiudizio subito nel proprio diritto di difesa.

La Cassazione ha inoltre ribadito che l’interpretazione del contratto professionale costituisce attività riservata al giudice di merito e può essere censurata in sede di legittimità solo mediante specifica indicazione dei criteri ermeneutici concretamente violati. Non è sufficiente un richiamo generico agli artt. 1362 e ss. c.c.

Particolare rilievo assume anche il passaggio dedicato alla liquidazione dei compensi professionali nel rapporto interno tra avvocato e cliente. La Corte ha precisato che il valore della causa deve essere valutato tenendo conto dell’effettiva attività difensiva svolta e dell’interesse concretamente perseguito dalle parti, secondo i criteri previsti dal D.M. n. 55/2014.

Con l’ordinanza in commento, la Suprema Corte conferma dunque l’orientamento rigoroso in tema di specificità dei motivi di ricorso e di concreta lesione del diritto di difesa, oltre a fornire ulteriori chiarimenti sulla determinazione dei compensi professionali nel contenzioso tra avvocato e cliente.

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